Tempi duri, per i magnati della finanza.
Benché le banche centrali di mezzo mondo stiano letteralmente inondando il sistema finanziario di denaro (quantitative easing, tassi d’interesse addirittura negativi e così via), pare che in pochi abbiano davvero voglia di spendere questo denaro in nuove attività produttive.
Gli investitori hanno ritirato qualcosa come 90 miliardi di dollari dai fondi azionari. Solo gli hedge funds, e solo nel primo quarto di quest’anno, hanno dovuto dire addio a oltre 15 miliardi di dollari che investitori irritati dagli scarsi guadagni e dall’eccessiva esosità delle spese di gestione hanno preferito dirottare altrove (Financial Times del 16 maggio).
I pochi gestori di hedge funds che hanno ottenuto profitti superiori alla media sono i cosiddetti “quants”, quantitative hedge funds: fondi che scelgono in quali compagnie investire i soldi dei propri clienti, e in quali disinvestirli, sulla base di ciò che i computer dicono loro di fare (The Guardian del 15 maggio). Più che il genio o l’intuito dei cosiddetti “padroni dell’universo”, insomma, poté l’algoritmo.
Perfino il settore “fusioni e acquisizioni”, che lo scorso anno s’era rivelato assai redditizio, nel 2016 è crollato. Il 2015 aveva visto questo settore toccare la cifra record di 4700 miliardi di dollari, quest’anno (New York Times dell’11 maggio) ha invece battuto un record in negativo: fusioni e acquisizioni per un valore di 400 miliardi di dollari sono state annullate all’ultimo istante, lasciando col cerino in mano e un gran bel buco nel portafogli chi aveva scommesso sul loro successo.
E’ bastato che l’amministrazione Obama, nel suo ultimo anno di vita, decidesse di prestare un po’ più di attenzione ai rischi crescenti di un’eccessiva concentrazione monopolistica, ed ecco che il Dipartimento della Giustizia s’è visto costretto a bloccare diversi progetti che sembravano ormai in dirittura d’arrivo.
La Halliburton era pronta ad acquisire la Baker Hughes (35 miliardi di dollari era il prezzo dell’accordo), poi il Dipartimento della Giustizia s’è opposto e puff, tutto saltato. Ancora peggio è andata alla fusione in itinere tra i due giganti dell’industria farmaceutica Pfizer e Allergan: un giochino da 152 miliardi di dollari che s’è risolto in un nulla di fatto.
Il forte vento di rivolta che sta ultimamente agitando le grisaglie degli azionisti non può certo destare stupore. Più vedono calare i propri dividenti, più monta la loro rabbia nei confronti dei lauti stipendi che gli amministratori delegati delle società quotate in borsa si auto-elargiscono. Vere e proprie ribellioni hanno di recente colpito i vertici della BP, del gigante minerario Anglo-American, della Renault e, giusto pochi giorni fa, della Deutsche Bank (solo per citare alcuni tra gli esempi più eclatanti).
Un altro celebre obiettivo delle ire funeste degli azionisti è la Goldman Sachs: un terzo tra loro ha votato contro i nuovi emolumenti dei dirigenti. Non stupisce che proprio la Goldman Sachs sia finita nel mirino dell’High Pay Centre, un think-tank americano che si batte contro gli eccessivi emolumenti dei big della finanza e dell’industria (Financial Time dell’8 maggio): nel 98 per cento delle società di cui è azionista negli Stati Uniti, le paghe e i bonus dei vertici hanno ottenuto il suo voto favorevole. Anche nell’empireo dei padroni dell’universo, insomma, vale il detto “una mano lava l’altra”.
La rivolta degli azionista, tuttavia, non sembra avere intenzione di fermarsi. Sarà populismo pure questo?
*****
I “geni” della finanza, del resto, avevano campato di rendita. Hanno lucrato per anni sulle spalle delle classi lavoratrici, utilizzando il paradigma ideologico “del meno stato più mercato” nato negli anni Ottanta del secolo scorso.
La loro ricchezza aveva poco a che vedere con le capacità imprenditoriali, e molto invece con la quantità di denaro che facevano scivolare nelle tasche dei legislatori di mezzo mondo.
Strizza strizza i redditi dei consumatori, taglia di qui e taglia di là, era solo una questione di tempo prima che l’economia grippasse.
Chi può s’arrangia. In Cina, per esempio, dove il governo ha costretto le banche a prestare soldi a cani e porci pur di risollevare il tasso di crescita, gli investitori fai da te, quelli che investono on-line, non si sa bene perché si sono messi a comprare futures sulle commodity, le merci per così dire grezze (minerali, beni alimentari non lavorati ecc.).
I futures sono contratti a termine: compro oggi e rivendo domani al prezzo che è stato predeterminato al momento dell’acquisto. Se io penso che i prezzi delle arance (per esempio) in futuro cresceranno, compro a un prezzo più basso oggi e rivenderò a uno maggiore l’anno prossimo. E viceversa.
Tra i futures più gettonati, in Cina (New York Times del 1 maggio), ci sono quelli sulle uova, cresciuti di un terzo nello scorso mese di marzo. Gli investitori puntano su un aumento del prezzo delle uova, mentre gli analisti finanziari più avveduti stanno cercando di avvertire gli acquirenti che solo un’epidemia di galline potrà forse consentire loro di vincere la scommessa.
Chiamatela, se volete, economia di “melcato”.
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Se invece preferite investimenti più esotici e bizzarri, il Guardian del 14 maggio suggerisce l’acquisto delle banconote dello Zimbabwe.
Vi ricordate? Era il 2009 e l’inflazione aveva raggiunto cifre astronomiche, tanto che il governo di Harare mise in circolazione banconote del valore di 100 trilioni di dollari dello Zimbabwe (un trilione è un milione di milioni).
Per andare a fare la spesa servivano due borse: una per le merci acquistate, l’altra per trasportare le banconote. Durò poco. Il governo cedette al senso del ridicolo: la moneta ufficiale dello Zimbabwe è stata dichiarata ufficialmente estinta, sostituita dal dollaro americano, dal rand sudafricano e perfino dalla rupia indiana (come si legge su Wikipedia).
John Wolstencroft, un imprenditore neozelandese, per divertimento comprò una gran quantità di quelle bizzarre banconote. Le regalava agli amici o alle persone che incontrava per affari. Gli sembrava, racconta, “un ottimo sistema per rompere il ghiaccio”.
Pagò all’epoca (era il 2010) un dollaro e mezzo per ogni banconota. Se oggi ne volete comprare una, il prezzo su eBay è di 20-25 dollari, con picchi di 40.
Un incremento del 1500 per cento dal 2011 a oggi, al cui confronto il più 5 per cento dell’indice azionario della City di Londra fa una figura decisamente barbina.
martedì 24 maggio 2016
mercoledì 11 maggio 2016
Maggio 2016. Seconda settimana
Paese che vai, mazzetta che trovi. In Brasile, di questi tempi, va di moda il “petrolão”: un giro di mazzette (tre miliardi di dollari, secondo alcune stime) che un gruppo di società di costruzioni ha pagato per anni a esponenti di tutti i partiti politici e ai dirigenti della compagnia petrolifera nazionale, la Petrobras, in cambio di contratti per la realizzazione di raffinerie, piattaforme off-shore e così via.
Come in Italia, dove abbiamo avuto calciopoli, parentopoli e tante altre “-opoli” che hanno preso il nome dall’originaria tangentopoli, anche in Brasile il petrolão è stato così chiamato per assonanza con uno scandalo precedente, il mensalão.
Era il 2005, l’epoca del primo mandato di Lula Inácio da Silva. Il presidente-operaio si ritrovò a fare i conti con un parlamento in cui non aveva una maggioranza, composto per giunta da un’infinità di partiti e partitini (per avere un’idea, nel parlamento attuale ce ne sono 28).
Non volendo cedere ministeri o sottoscrivere accordi con gli altri partiti in cambio del sostegno in parlamento, Lula preferì far ricorso a pagamenti versati mensilmente ai singoli parlamentari d’opposizione. Mensalão, letteralmente, significa “assegno mensile”.
Per la cronaca, né il mensalão né il petrolão hanno a che vedere con la messa in stato d’accusa dell’attuale presidentessa Dilma Rousseff. L’accusa a suo carico non è quella di essersi personalmente arricchita, bensì di avere truccato il bilancio pubblico del Paese per nasconderne i debiti.
La stessa cosa che non si può dire dei suoi accusatori, il più feroce dei quali era Eduardo Cunha, presidente della camera bassa del parlamento. La Corte Suprema del Brasile l’ha appena deposto dalla carica. E’ accusato d’avere ricevuto mazzette per la bellezza di 40 milioni di dollari. Lo scorso mese di ottobre si era scoperto che il grande moralizzatore possedeva almeno quattro conti segreti in Svizzera per un totale di 19 milioni di dollari. Una delle società paravento messe in piedi da Cunha aveva un nome perfetto per uno che di mestiere fa il predicatore evangelico alla radio: Jesus.com.
Cunha è stato appena sostituito alla presidenza della camera bassa da un suo alleato, Waldir Maranhão, su cui tuttavia pende l’accusa d’essersi a sua volta intascato una giusta percentuale di petrolão.
Anche il probabile successore di Rousseff, nel caso la presidentessa fosse costretta a dimettersi, ovvero il leader del partito centrista Michel Temer, è stato appena condannato per finanziamento illecito al suo partito. Sotto inchiesta per corruzione sono altresì molti dei suoi più influenti collaboratori.
Toccherà a questo fior fiore di galantuomini decidere se Dilma Rousseff è indegna della presidenza del Brasile.
*****
Negli Stati uniti, invece, va di moda il “lulu”.
La parola deriva dal francese “lieu” = in luogo di (gli anglofoni, che l’hanno adottata, la pronunciano grosso modo “liu”, con una “i” appena accennata). In inglese slang indica le retribuzioni extra che vanno a braccetto con gli incarichi di sottogoverno.
Uno bravissimo a elargire lulu agli uomini giusti, e a garantirsi così la prestigiosa poltrona su cui sedeva da oltre un decennio, era il democratico Sheldon Silver, presidente dell’assemblea dello stato di New York (l’equivalente dei nostri parlamenti regionali).
Era talmente amato (e temuto) dai suoi colleghi che solo due o tre di loro si erano permessi di votargli contro, l’ultima volta che si era candidato alla presidenza.
Va da sé che aveva i suoi buoni motivi per tenere così tanto a quella carica istituzionale. Lavorava, più o meno segretamente, per uno studio legale di New York, da cui riceveva lauti compensi (si parla di circa tre milioni di dollari). L’onorevole Silver era infatti abilissimo nel procurare clienti allo studio legale in questione. La sua specialità erano i malati di mesotelioma, il tumore alle vie respiratorie provocato dall’esposizione all’amianto. Pare che ogni risarcimento per questo tipo di malattia si traduca, per gli avvocati, in una parcella da un milioncino di dollari.
L’onorevole Silver aveva un metodo infallibile per pescare i suoi lucrativi clienti: un accordo sottobanco con il dottor Robert Taub, che gestisce la clinica della Columbia University specializzata nel mesotelioma. In cambio dei pazienti, il presidente dell’Assemblea concedeva al dottor Taub finanziamenti pubblici per la sua clinica, più alcuni lulu supplementari: un lavoro pubblico per la figlia, contributi pubblici per l’organizzazione di beneficienza della moglie, perfino un encomio dello stato di New York per l’eccellente lavoro dell’esimio dottor Taub.
Il 3 maggio scorso, Sheldon Silver è stato condannato a dodici anni di reclusione. Se l’appello che i suoi legali presenteranno non sarà accolto, soggiornerà in galera dal primo luglio prossimo.
Non che se la passi meglio, per rimanere a New York, l’ex presidente del locale senato. Si tratta stavolta di un repubblicano, Dean Skelos, parlamentare dello Stato dal 1985. Nel suo caso vale il detto: “every scarrafone is his own mother’s child” (libera traduzione dal napoletano).
Il senatore Skelos porta la croce di un figlio tanto scavezzacollo quanto nullafacente. Per dargli una “manuzza” d’aiuto, l'allora presidente del Senato si era premurato di garantire contratti pubblici e i relativi lulu ad alcune aziende, in cambio dell’assunzione del figlio Adam. Il quale, per giunta, intascava il lulu ma andava a lavorare solo quando ne aveva voglia.
Entrambi sono stati condannati lo scorso mese di dicembre. L’accusa ha chiesto una pena detentiva tra i dodici e i quindici anni. Il giudice deciderà a breve sull’entità della carcerazione.
*****
Le condanne di Silver e Skelos non devono trarre in inganno. Sono pochissimi i criminali dal colletto bianco che finiscono in galera negli Stati uniti. I pochi che vengono presi con le mani nel sacco, di solito patteggiano pene pecuniarie ed evitano il processo.
Chi non ha di questi problemi è Ferdinand Marcos jr. detto “Bongbong”. Figlio di Ferdinand Senior e Imelda Marcos, ha appena perso le elezioni alla vice-presidenza delle Filippine per appena 200 mila voti su un totale di 40 milioni.
Nei ventuno anni in cui governò il popoloso arcipelago del Sud-Est asiatico, suo padre riuscì a rubare la bellezza di dieci miliardi di dollari (avete letto bene: miliardi). I successivi governi delle Filippine sono stati in grado di recuperare appena un terzo del bottino. Il resto è scomparso chissà dove.
Marcos s’impossessò, tramite prestanome, di tutte le più importanti compagnie del Paese. Per costringere il proprietario della compagnia elettrica nazionale a cedergliela, s’inventò che il di lui figlio era implicato in un complotto per assassinarlo. Davanti alla prospettiva che il figlio fosse condannato a morte, Eugenio Lopez vendette la compagnia per 220 dollari (il valore reale era di 400 milioni).
Mise altresì le mani sull’intera filiera per la produzione e la vendita dello zucchero, che all’epoca equivaleva al 27 per cento dell’intero export filippino. Per incrementarne i profitti, decretò che l’industria dello zucchero fosse esentata dall’obbligo di pagare il salario minimo ai propri dipendenti, che finirono così per dover campare con meno di un dollaro al giorno.
Nel frattempo, 34 mila sindacalisti e attivisti politici venivano torturati nelle carceri del Paese e i cadaveri di 3240 uomini e donne furono gettati per strada dai suoi squadroni della morte (di altri 398 non si trovarono neppure i corpi).
Non stupisce che i Marcos furono in grado di aprire un’infinità di conti in banca in decine di paesi del mondo, di comprarsi quattro interi grattacieli a Manhattan e di versare sostanziosi contributi per le campagne elettorali di Jimmy Carter e Ronald Reagan (Ferdinand Marcos era un campione dell’Occidente anti-comunista). Nonché di mettere su una prestigiosa collezione di 304 capolavori dell’arte, inclusi un Michelangelo, un Goya e un paio di Monet.
I Marcos fuggirono dal paese nel 1986. Ferdinand morì tre anni dopo, Imelda è ancora viva e vegeta. Tornò a casa nel 1992, e alla fine degli anni ’90 fu perfino eletta in parlamento. I membri della Commissione Presidenziale sul Buon Governo, che Cory Aquino costituì col suo primo atto da presidentessa delle Filippine e che da vent’anni si occupa, tra mille difficoltà, di rintracciare i soldi dei Marcos, usano il termine “imeldific” per definire una patologica avidità.
Oggi il figlio “Bongbong” è stato votato da venti milioni di suoi smemorati concittadini. La metà di tutti quelli che sono andati alle urne.
Il crimine, a volte, paga perfino con gli interessi.
LE FONTI. Sul Brasile: London Review of Books, New York Times, Guardian. Sui lulu: The New Yorker, New York Times. Sulle Filippine: The Guardian, Financial Times, New York Times
Come in Italia, dove abbiamo avuto calciopoli, parentopoli e tante altre “-opoli” che hanno preso il nome dall’originaria tangentopoli, anche in Brasile il petrolão è stato così chiamato per assonanza con uno scandalo precedente, il mensalão.
Era il 2005, l’epoca del primo mandato di Lula Inácio da Silva. Il presidente-operaio si ritrovò a fare i conti con un parlamento in cui non aveva una maggioranza, composto per giunta da un’infinità di partiti e partitini (per avere un’idea, nel parlamento attuale ce ne sono 28).
Non volendo cedere ministeri o sottoscrivere accordi con gli altri partiti in cambio del sostegno in parlamento, Lula preferì far ricorso a pagamenti versati mensilmente ai singoli parlamentari d’opposizione. Mensalão, letteralmente, significa “assegno mensile”.
Per la cronaca, né il mensalão né il petrolão hanno a che vedere con la messa in stato d’accusa dell’attuale presidentessa Dilma Rousseff. L’accusa a suo carico non è quella di essersi personalmente arricchita, bensì di avere truccato il bilancio pubblico del Paese per nasconderne i debiti.
La stessa cosa che non si può dire dei suoi accusatori, il più feroce dei quali era Eduardo Cunha, presidente della camera bassa del parlamento. La Corte Suprema del Brasile l’ha appena deposto dalla carica. E’ accusato d’avere ricevuto mazzette per la bellezza di 40 milioni di dollari. Lo scorso mese di ottobre si era scoperto che il grande moralizzatore possedeva almeno quattro conti segreti in Svizzera per un totale di 19 milioni di dollari. Una delle società paravento messe in piedi da Cunha aveva un nome perfetto per uno che di mestiere fa il predicatore evangelico alla radio: Jesus.com.
Cunha è stato appena sostituito alla presidenza della camera bassa da un suo alleato, Waldir Maranhão, su cui tuttavia pende l’accusa d’essersi a sua volta intascato una giusta percentuale di petrolão.
Anche il probabile successore di Rousseff, nel caso la presidentessa fosse costretta a dimettersi, ovvero il leader del partito centrista Michel Temer, è stato appena condannato per finanziamento illecito al suo partito. Sotto inchiesta per corruzione sono altresì molti dei suoi più influenti collaboratori.
Toccherà a questo fior fiore di galantuomini decidere se Dilma Rousseff è indegna della presidenza del Brasile.
*****
Negli Stati uniti, invece, va di moda il “lulu”.
La parola deriva dal francese “lieu” = in luogo di (gli anglofoni, che l’hanno adottata, la pronunciano grosso modo “liu”, con una “i” appena accennata). In inglese slang indica le retribuzioni extra che vanno a braccetto con gli incarichi di sottogoverno.
Uno bravissimo a elargire lulu agli uomini giusti, e a garantirsi così la prestigiosa poltrona su cui sedeva da oltre un decennio, era il democratico Sheldon Silver, presidente dell’assemblea dello stato di New York (l’equivalente dei nostri parlamenti regionali).
Era talmente amato (e temuto) dai suoi colleghi che solo due o tre di loro si erano permessi di votargli contro, l’ultima volta che si era candidato alla presidenza.
Va da sé che aveva i suoi buoni motivi per tenere così tanto a quella carica istituzionale. Lavorava, più o meno segretamente, per uno studio legale di New York, da cui riceveva lauti compensi (si parla di circa tre milioni di dollari). L’onorevole Silver era infatti abilissimo nel procurare clienti allo studio legale in questione. La sua specialità erano i malati di mesotelioma, il tumore alle vie respiratorie provocato dall’esposizione all’amianto. Pare che ogni risarcimento per questo tipo di malattia si traduca, per gli avvocati, in una parcella da un milioncino di dollari.
L’onorevole Silver aveva un metodo infallibile per pescare i suoi lucrativi clienti: un accordo sottobanco con il dottor Robert Taub, che gestisce la clinica della Columbia University specializzata nel mesotelioma. In cambio dei pazienti, il presidente dell’Assemblea concedeva al dottor Taub finanziamenti pubblici per la sua clinica, più alcuni lulu supplementari: un lavoro pubblico per la figlia, contributi pubblici per l’organizzazione di beneficienza della moglie, perfino un encomio dello stato di New York per l’eccellente lavoro dell’esimio dottor Taub.
Il 3 maggio scorso, Sheldon Silver è stato condannato a dodici anni di reclusione. Se l’appello che i suoi legali presenteranno non sarà accolto, soggiornerà in galera dal primo luglio prossimo.
Non che se la passi meglio, per rimanere a New York, l’ex presidente del locale senato. Si tratta stavolta di un repubblicano, Dean Skelos, parlamentare dello Stato dal 1985. Nel suo caso vale il detto: “every scarrafone is his own mother’s child” (libera traduzione dal napoletano).
Il senatore Skelos porta la croce di un figlio tanto scavezzacollo quanto nullafacente. Per dargli una “manuzza” d’aiuto, l'allora presidente del Senato si era premurato di garantire contratti pubblici e i relativi lulu ad alcune aziende, in cambio dell’assunzione del figlio Adam. Il quale, per giunta, intascava il lulu ma andava a lavorare solo quando ne aveva voglia.
Entrambi sono stati condannati lo scorso mese di dicembre. L’accusa ha chiesto una pena detentiva tra i dodici e i quindici anni. Il giudice deciderà a breve sull’entità della carcerazione.
*****
Le condanne di Silver e Skelos non devono trarre in inganno. Sono pochissimi i criminali dal colletto bianco che finiscono in galera negli Stati uniti. I pochi che vengono presi con le mani nel sacco, di solito patteggiano pene pecuniarie ed evitano il processo.
Chi non ha di questi problemi è Ferdinand Marcos jr. detto “Bongbong”. Figlio di Ferdinand Senior e Imelda Marcos, ha appena perso le elezioni alla vice-presidenza delle Filippine per appena 200 mila voti su un totale di 40 milioni.
Nei ventuno anni in cui governò il popoloso arcipelago del Sud-Est asiatico, suo padre riuscì a rubare la bellezza di dieci miliardi di dollari (avete letto bene: miliardi). I successivi governi delle Filippine sono stati in grado di recuperare appena un terzo del bottino. Il resto è scomparso chissà dove.
Marcos s’impossessò, tramite prestanome, di tutte le più importanti compagnie del Paese. Per costringere il proprietario della compagnia elettrica nazionale a cedergliela, s’inventò che il di lui figlio era implicato in un complotto per assassinarlo. Davanti alla prospettiva che il figlio fosse condannato a morte, Eugenio Lopez vendette la compagnia per 220 dollari (il valore reale era di 400 milioni).
Mise altresì le mani sull’intera filiera per la produzione e la vendita dello zucchero, che all’epoca equivaleva al 27 per cento dell’intero export filippino. Per incrementarne i profitti, decretò che l’industria dello zucchero fosse esentata dall’obbligo di pagare il salario minimo ai propri dipendenti, che finirono così per dover campare con meno di un dollaro al giorno.
Nel frattempo, 34 mila sindacalisti e attivisti politici venivano torturati nelle carceri del Paese e i cadaveri di 3240 uomini e donne furono gettati per strada dai suoi squadroni della morte (di altri 398 non si trovarono neppure i corpi).
Non stupisce che i Marcos furono in grado di aprire un’infinità di conti in banca in decine di paesi del mondo, di comprarsi quattro interi grattacieli a Manhattan e di versare sostanziosi contributi per le campagne elettorali di Jimmy Carter e Ronald Reagan (Ferdinand Marcos era un campione dell’Occidente anti-comunista). Nonché di mettere su una prestigiosa collezione di 304 capolavori dell’arte, inclusi un Michelangelo, un Goya e un paio di Monet.
I Marcos fuggirono dal paese nel 1986. Ferdinand morì tre anni dopo, Imelda è ancora viva e vegeta. Tornò a casa nel 1992, e alla fine degli anni ’90 fu perfino eletta in parlamento. I membri della Commissione Presidenziale sul Buon Governo, che Cory Aquino costituì col suo primo atto da presidentessa delle Filippine e che da vent’anni si occupa, tra mille difficoltà, di rintracciare i soldi dei Marcos, usano il termine “imeldific” per definire una patologica avidità.
Oggi il figlio “Bongbong” è stato votato da venti milioni di suoi smemorati concittadini. La metà di tutti quelli che sono andati alle urne.
Il crimine, a volte, paga perfino con gli interessi.
LE FONTI. Sul Brasile: London Review of Books, New York Times, Guardian. Sui lulu: The New Yorker, New York Times. Sulle Filippine: The Guardian, Financial Times, New York Times
martedì 10 maggio 2016
Maggio 2016. Prima settimana
Yukako Fukushima è una chirurga estetica di Osaka. Lavora presso la clinica Kawamura Gishi, nel pieno centro della seconda città giapponese per numero d’abitanti. E’ specializzata nella fabbricazione e nell’impianto di dita artificiali. Combinando venti diversi colori, è in grado di ottenere oltre mille tonalità di rosa. Il risultato è che le protesi sono assolutamente identiche alle dita originali.
I suoi clienti sono soprattutto ex-membri della yakuza, la potentissima mafia nipponica. Il taglio della prima falange del mignolo, in giapponese, si chiama yubitsume (letteralmente, accorciamento del dito). E’ una punizione rituale che i trasgressori alle regole dell’organizzazione devono auto-infliggersi.
La dottoressa Fukushima lavora in collaborazione con la polizia. Le sue protesi servono ai membri della yakuza che vogliono rifarsi una vita e, per riuscirci, devono nascondere quel vecchio, riconoscibilissimo marchio d’appartenenza. Negli ultimi anni è stata oberata di lavoro.
Il suo successo professionale è un segno della fase di decadenza che la mafia giapponese sta attraversando. Aveva 80 mila membri nel 2009, ridottisi oggi a 53 mila.
*****
Secondo uno studio dell’Ufficio delle statistiche sul lavoro statunitense (Bureau of Labor Statistics), gli utenti americani di Facebook trascorrono mediamente cinquanta minuti al giorno sui social media. Solo la Tv batte Facebook (2,8 ore al giorno). La lettura si ferma a 19 minuti, Youtube a 17 (Twitter a un solo, miserabile minuto).
Ciò spiega il successo economico della società di Mark Zuckerberg. Più tempo un utente passa su Facebook, più il gestore è in grado di tracciarne le preferenze e di personalizzare le inserzioni sulla sua pagina. Una manna per i pubblicitari, che infatti stanno dirottando i loro investimenti dalla stampa e dalla TV tradizionali (troppo generaliste) in direzione di Facebook.
Il trend è in crescita. Cinquanta minuti al giorno significa che, nel corso di un mese, un utente americano medio trascorre un giorno intero a “scrollare” Facebook. Dodici giorni all’anno. Che diventano tuttavia molti di più nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni.
Senza ovviamente contare che al totale delle 24 ore giornaliere andrebbero sottratte quelle dedicate al sonno e al lavoro. Fatelo, e l’incidenza di Facebook sul nostro tempo libero finirà con l’assumere dimensioni inquietanti.
*****
Gli elettori di Donald Trump sono in prevalenza maschi, bianchi, diplomati e con un reddito inferiore ai 50 mila dollari all’anno. Curiosamente ma non troppo, la stessa fascia di reddito dei sostenitori di Bernie Sanders, il rivale di sinistra di Hillary Clinton.
Trattasi di gruppi sociali che un tempo sarebbero stati definiti “classe media” (o classe lavoratrice, nella versione americana. I veri poveri, negli Stati uniti, dove occorre registrarsi alle liste elettorali per votare, fanno parte della fascia di reddito in questione ma sono di fatto esclusi dal computo dell’elettorato attivo).
Il sistema elettorale americano è stato modellato sulla classe media, e lo stesso vale per le strategie politico-elettorali dei Repubblicani e dei Democratici (definiti, un tempo, partiti pigliatutto). Quello che sta accadendo negli Stati uniti è solo l’antipasto di una crisi della classe media, devastata dalle disuguaglianze sociali, che sta manifestandosi in tutta la sua gravità nella quasi totalità dei paesi occidentali.
L’élite del partito democratico, rappresentata da Hillary Clinton, sopravvive ancora grazie all’apporto delle minoranze etniche; quella del partito repubblicano è stata letteralmente spazzata via dal ciclone Donald Trump. Il mondo non sarà mai più come era.
*****
La cosa più divertente di un’eventuale vittoria di Donald Trump è che toccherebbe proprio a lui, al candidato che ha basato gran parte del suo successo sull’ostilità nei confronti degli immigrati, sul voler costruire muri e su tutto il resto della paccottiglia populista, ad aprire le porte della Casa bianca alla prima first lady non americana.
Sua moglie si chiama Melania Knauss, all’anagrafe Knavs (cambiò il suo cognome quando divenne una top-model). E’ nata a Novo Mesto nel 1970, all'epoca in cui la Slovenia era ancora soltanto una regione della ex-Jugoslavia. E’ cittadina americana dal 2001, dopo il matrimonio con Trump.
La cui prima moglie, tra parentesi, era un’altra modella nata nell’ex Cecoslovacchia. L’amore non conosce limiti né, a quanto pare, frontiere.
*****
Il Lussemburgo è un piccolo paese di poco più di 500 mila abitanti, incastonato tra la Francia, il Belgio e la Germania.
E’ un noto paradiso fiscale, circostanza che misteriosamente non gli impedisce di esprimere un presidente della Commissione europea che per giunta si permette, senza il minimo senso del ridicolo, di dare lezioni di responsabilità fiscale agli altri paesi dell’Unione.
Eppure, nel giro di cinque anni, questo microscopico staterello potrebbe diventare una delle potenze minerarie più importanti del mondo. A quanto pare, il Gran Ducato ha un ente spaziale che ha appena sottoscritto due accordi con altrettante società aerospaziali: la californiana Deep Space Industries e la Planetary Resources (che annovera tra i soci Larry Page e Eric Schmidt di Google e il fondatore della Virgin, Richard Branson).
L'obiettivo è quello di lanciare entro il 2020 la prima missione mineraria nello spazio profondo, allo scopo di prelevare minerari rari e preziosi da asteroidi e quant’altro per mezzo di navicelle spaziali prive d’equipaggio.
LE FONTI. Sul Giappone: The Guardian. Su Facebook: The New York Times. Su Donald Trump: The New York Times, The New Yorker. Sul Lussemburgo: Financial Times
I suoi clienti sono soprattutto ex-membri della yakuza, la potentissima mafia nipponica. Il taglio della prima falange del mignolo, in giapponese, si chiama yubitsume (letteralmente, accorciamento del dito). E’ una punizione rituale che i trasgressori alle regole dell’organizzazione devono auto-infliggersi.
La dottoressa Fukushima lavora in collaborazione con la polizia. Le sue protesi servono ai membri della yakuza che vogliono rifarsi una vita e, per riuscirci, devono nascondere quel vecchio, riconoscibilissimo marchio d’appartenenza. Negli ultimi anni è stata oberata di lavoro.
Il suo successo professionale è un segno della fase di decadenza che la mafia giapponese sta attraversando. Aveva 80 mila membri nel 2009, ridottisi oggi a 53 mila.
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Secondo uno studio dell’Ufficio delle statistiche sul lavoro statunitense (Bureau of Labor Statistics), gli utenti americani di Facebook trascorrono mediamente cinquanta minuti al giorno sui social media. Solo la Tv batte Facebook (2,8 ore al giorno). La lettura si ferma a 19 minuti, Youtube a 17 (Twitter a un solo, miserabile minuto).
Ciò spiega il successo economico della società di Mark Zuckerberg. Più tempo un utente passa su Facebook, più il gestore è in grado di tracciarne le preferenze e di personalizzare le inserzioni sulla sua pagina. Una manna per i pubblicitari, che infatti stanno dirottando i loro investimenti dalla stampa e dalla TV tradizionali (troppo generaliste) in direzione di Facebook.
Il trend è in crescita. Cinquanta minuti al giorno significa che, nel corso di un mese, un utente americano medio trascorre un giorno intero a “scrollare” Facebook. Dodici giorni all’anno. Che diventano tuttavia molti di più nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni.
Senza ovviamente contare che al totale delle 24 ore giornaliere andrebbero sottratte quelle dedicate al sonno e al lavoro. Fatelo, e l’incidenza di Facebook sul nostro tempo libero finirà con l’assumere dimensioni inquietanti.
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Gli elettori di Donald Trump sono in prevalenza maschi, bianchi, diplomati e con un reddito inferiore ai 50 mila dollari all’anno. Curiosamente ma non troppo, la stessa fascia di reddito dei sostenitori di Bernie Sanders, il rivale di sinistra di Hillary Clinton.
Trattasi di gruppi sociali che un tempo sarebbero stati definiti “classe media” (o classe lavoratrice, nella versione americana. I veri poveri, negli Stati uniti, dove occorre registrarsi alle liste elettorali per votare, fanno parte della fascia di reddito in questione ma sono di fatto esclusi dal computo dell’elettorato attivo).
Il sistema elettorale americano è stato modellato sulla classe media, e lo stesso vale per le strategie politico-elettorali dei Repubblicani e dei Democratici (definiti, un tempo, partiti pigliatutto). Quello che sta accadendo negli Stati uniti è solo l’antipasto di una crisi della classe media, devastata dalle disuguaglianze sociali, che sta manifestandosi in tutta la sua gravità nella quasi totalità dei paesi occidentali.
L’élite del partito democratico, rappresentata da Hillary Clinton, sopravvive ancora grazie all’apporto delle minoranze etniche; quella del partito repubblicano è stata letteralmente spazzata via dal ciclone Donald Trump. Il mondo non sarà mai più come era.
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La cosa più divertente di un’eventuale vittoria di Donald Trump è che toccherebbe proprio a lui, al candidato che ha basato gran parte del suo successo sull’ostilità nei confronti degli immigrati, sul voler costruire muri e su tutto il resto della paccottiglia populista, ad aprire le porte della Casa bianca alla prima first lady non americana.
Sua moglie si chiama Melania Knauss, all’anagrafe Knavs (cambiò il suo cognome quando divenne una top-model). E’ nata a Novo Mesto nel 1970, all'epoca in cui la Slovenia era ancora soltanto una regione della ex-Jugoslavia. E’ cittadina americana dal 2001, dopo il matrimonio con Trump.
La cui prima moglie, tra parentesi, era un’altra modella nata nell’ex Cecoslovacchia. L’amore non conosce limiti né, a quanto pare, frontiere.
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Il Lussemburgo è un piccolo paese di poco più di 500 mila abitanti, incastonato tra la Francia, il Belgio e la Germania.
E’ un noto paradiso fiscale, circostanza che misteriosamente non gli impedisce di esprimere un presidente della Commissione europea che per giunta si permette, senza il minimo senso del ridicolo, di dare lezioni di responsabilità fiscale agli altri paesi dell’Unione.
Eppure, nel giro di cinque anni, questo microscopico staterello potrebbe diventare una delle potenze minerarie più importanti del mondo. A quanto pare, il Gran Ducato ha un ente spaziale che ha appena sottoscritto due accordi con altrettante società aerospaziali: la californiana Deep Space Industries e la Planetary Resources (che annovera tra i soci Larry Page e Eric Schmidt di Google e il fondatore della Virgin, Richard Branson).
L'obiettivo è quello di lanciare entro il 2020 la prima missione mineraria nello spazio profondo, allo scopo di prelevare minerari rari e preziosi da asteroidi e quant’altro per mezzo di navicelle spaziali prive d’equipaggio.
LE FONTI. Sul Giappone: The Guardian. Su Facebook: The New York Times. Su Donald Trump: The New York Times, The New Yorker. Sul Lussemburgo: Financial Times
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