Paese che vai, mazzetta che trovi. In Brasile, di questi tempi, va di moda il “petrolão”: un giro di mazzette (tre miliardi di dollari, secondo alcune stime) che un gruppo di società di costruzioni ha pagato per anni a esponenti di tutti i partiti politici e ai dirigenti della compagnia petrolifera nazionale, la Petrobras, in cambio di contratti per la realizzazione di raffinerie, piattaforme off-shore e così via.
Come in Italia, dove abbiamo avuto calciopoli, parentopoli e tante altre “-opoli” che hanno preso il nome dall’originaria tangentopoli, anche in Brasile il petrolão è stato così chiamato per assonanza con uno scandalo precedente, il mensalão.
Era il 2005, l’epoca del primo mandato di Lula Inácio da Silva. Il presidente-operaio si ritrovò a fare i conti con un parlamento in cui non aveva una maggioranza, composto per giunta da un’infinità di partiti e partitini (per avere un’idea, nel parlamento attuale ce ne sono 28).
Non volendo cedere ministeri o sottoscrivere accordi con gli altri partiti in cambio del sostegno in parlamento, Lula preferì far ricorso a pagamenti versati mensilmente ai singoli parlamentari d’opposizione. Mensalão, letteralmente, significa “assegno mensile”.
Per la cronaca, né il mensalão né il petrolão hanno a che vedere con la messa in stato d’accusa dell’attuale presidentessa Dilma Rousseff. L’accusa a suo carico non è quella di essersi personalmente arricchita, bensì di avere truccato il bilancio pubblico del Paese per nasconderne i debiti.
La stessa cosa che non si può dire dei suoi accusatori, il più feroce dei quali era Eduardo Cunha, presidente della camera bassa del parlamento. La Corte Suprema del Brasile l’ha appena deposto dalla carica. E’ accusato d’avere ricevuto mazzette per la bellezza di 40 milioni di dollari. Lo scorso mese di ottobre si era scoperto che il grande moralizzatore possedeva almeno quattro conti segreti in Svizzera per un totale di 19 milioni di dollari. Una delle società paravento messe in piedi da Cunha aveva un nome perfetto per uno che di mestiere fa il predicatore evangelico alla radio: Jesus.com.
Cunha è stato appena sostituito alla presidenza della camera bassa da un suo alleato, Waldir Maranhão, su cui tuttavia pende l’accusa d’essersi a sua volta intascato una giusta percentuale di petrolão.
Anche il probabile successore di Rousseff, nel caso la presidentessa fosse costretta a dimettersi, ovvero il leader del partito centrista Michel Temer, è stato appena condannato per finanziamento illecito al suo partito. Sotto inchiesta per corruzione sono altresì molti dei suoi più influenti collaboratori.
Toccherà a questo fior fiore di galantuomini decidere se Dilma Rousseff è indegna della presidenza del Brasile.
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Negli Stati uniti, invece, va di moda il “lulu”.
La parola deriva dal francese “lieu” = in luogo di (gli anglofoni, che l’hanno adottata, la pronunciano grosso modo “liu”, con una “i” appena accennata). In inglese slang indica le retribuzioni extra che vanno a braccetto con gli incarichi di sottogoverno.
Uno bravissimo a elargire lulu agli uomini giusti, e a garantirsi così la prestigiosa poltrona su cui sedeva da oltre un decennio, era il democratico Sheldon Silver, presidente dell’assemblea dello stato di New York (l’equivalente dei nostri parlamenti regionali).
Era talmente amato (e temuto) dai suoi colleghi che solo due o tre di loro si erano permessi di votargli contro, l’ultima volta che si era candidato alla presidenza.
Va da sé che aveva i suoi buoni motivi per tenere così tanto a quella carica istituzionale. Lavorava, più o meno segretamente, per uno studio legale di New York, da cui riceveva lauti compensi (si parla di circa tre milioni di dollari). L’onorevole Silver era infatti abilissimo nel procurare clienti allo studio legale in questione. La sua specialità erano i malati di mesotelioma, il tumore alle vie respiratorie provocato dall’esposizione all’amianto. Pare che ogni risarcimento per questo tipo di malattia si traduca, per gli avvocati, in una parcella da un milioncino di dollari.
L’onorevole Silver aveva un metodo infallibile per pescare i suoi lucrativi clienti: un accordo sottobanco con il dottor Robert Taub, che gestisce la clinica della Columbia University specializzata nel mesotelioma. In cambio dei pazienti, il presidente dell’Assemblea concedeva al dottor Taub finanziamenti pubblici per la sua clinica, più alcuni lulu supplementari: un lavoro pubblico per la figlia, contributi pubblici per l’organizzazione di beneficienza della moglie, perfino un encomio dello stato di New York per l’eccellente lavoro dell’esimio dottor Taub.
Il 3 maggio scorso, Sheldon Silver è stato condannato a dodici anni di reclusione. Se l’appello che i suoi legali presenteranno non sarà accolto, soggiornerà in galera dal primo luglio prossimo.
Non che se la passi meglio, per rimanere a New York, l’ex presidente del locale senato. Si tratta stavolta di un repubblicano, Dean Skelos, parlamentare dello Stato dal 1985. Nel suo caso vale il detto: “every scarrafone is his own mother’s child” (libera traduzione dal napoletano).
Il senatore Skelos porta la croce di un figlio tanto scavezzacollo quanto nullafacente. Per dargli una “manuzza” d’aiuto, l'allora presidente del Senato si era premurato di garantire contratti pubblici e i relativi lulu ad alcune aziende, in cambio dell’assunzione del figlio Adam. Il quale, per giunta, intascava il lulu ma andava a lavorare solo quando ne aveva voglia.
Entrambi sono stati condannati lo scorso mese di dicembre. L’accusa ha chiesto una pena detentiva tra i dodici e i quindici anni. Il giudice deciderà a breve sull’entità della carcerazione.
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Le condanne di Silver e Skelos non devono trarre in inganno. Sono pochissimi i criminali dal colletto bianco che finiscono in galera negli Stati uniti. I pochi che vengono presi con le mani nel sacco, di solito patteggiano pene pecuniarie ed evitano il processo.
Chi non ha di questi problemi è Ferdinand Marcos jr. detto “Bongbong”. Figlio di Ferdinand Senior e Imelda Marcos, ha appena perso le elezioni alla vice-presidenza delle Filippine per appena 200 mila voti su un totale di 40 milioni.
Nei ventuno anni in cui governò il popoloso arcipelago del Sud-Est asiatico, suo padre riuscì a rubare la bellezza di dieci miliardi di dollari (avete letto bene: miliardi). I successivi governi delle Filippine sono stati in grado di recuperare appena un terzo del bottino. Il resto è scomparso chissà dove.
Marcos s’impossessò, tramite prestanome, di tutte le più importanti compagnie del Paese. Per costringere il proprietario della compagnia elettrica nazionale a cedergliela, s’inventò che il di lui figlio era implicato in un complotto per assassinarlo. Davanti alla prospettiva che il figlio fosse condannato a morte, Eugenio Lopez vendette la compagnia per 220 dollari (il valore reale era di 400 milioni).
Mise altresì le mani sull’intera filiera per la produzione e la vendita dello zucchero, che all’epoca equivaleva al 27 per cento dell’intero export filippino. Per incrementarne i profitti, decretò che l’industria dello zucchero fosse esentata dall’obbligo di pagare il salario minimo ai propri dipendenti, che finirono così per dover campare con meno di un dollaro al giorno.
Nel frattempo, 34 mila sindacalisti e attivisti politici venivano torturati nelle carceri del Paese e i cadaveri di 3240 uomini e donne furono gettati per strada dai suoi squadroni della morte (di altri 398 non si trovarono neppure i corpi).
Non stupisce che i Marcos furono in grado di aprire un’infinità di conti in banca in decine di paesi del mondo, di comprarsi quattro interi grattacieli a Manhattan e di versare sostanziosi contributi per le campagne elettorali di Jimmy Carter e Ronald Reagan (Ferdinand Marcos era un campione dell’Occidente anti-comunista). Nonché di mettere su una prestigiosa collezione di 304 capolavori dell’arte, inclusi un Michelangelo, un Goya e un paio di Monet.
I Marcos fuggirono dal paese nel 1986. Ferdinand morì tre anni dopo, Imelda è ancora viva e vegeta. Tornò a casa nel 1992, e alla fine degli anni ’90 fu perfino eletta in parlamento. I membri della Commissione Presidenziale sul Buon Governo, che Cory Aquino costituì col suo primo atto da presidentessa delle Filippine e che da vent’anni si occupa, tra mille difficoltà, di rintracciare i soldi dei Marcos, usano il termine “imeldific” per definire una patologica avidità.
Oggi il figlio “Bongbong” è stato votato da venti milioni di suoi smemorati concittadini. La metà di tutti quelli che sono andati alle urne.
Il crimine, a volte, paga perfino con gli interessi.
LE FONTI. Sul Brasile: London Review of Books, New York Times, Guardian. Sui lulu: The New Yorker, New York Times. Sulle Filippine: The Guardian, Financial Times, New York Times
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