martedì 24 maggio 2016

Maggio 2016. Terza settimana

Tempi duri, per i magnati della finanza.
Benché le banche centrali di mezzo mondo stiano letteralmente inondando il sistema finanziario di denaro (quantitative easing, tassi d’interesse addirittura negativi e così via), pare che in pochi abbiano davvero voglia di spendere questo denaro in nuove attività produttive.
Gli investitori hanno ritirato qualcosa come 90 miliardi di dollari dai fondi azionari. Solo gli hedge funds, e solo nel primo quarto di quest’anno, hanno dovuto dire addio a oltre 15 miliardi di dollari che investitori irritati dagli scarsi guadagni e dall’eccessiva esosità delle spese di gestione hanno preferito dirottare altrove (Financial Times del 16 maggio).
I pochi gestori di hedge funds che hanno ottenuto profitti superiori alla media sono i cosiddetti “quants”, quantitative hedge funds: fondi che scelgono in quali compagnie investire i soldi dei propri clienti, e in quali disinvestirli, sulla base di ciò che i computer dicono loro di fare (The Guardian del 15 maggio). Più che il genio o l’intuito dei cosiddetti “padroni dell’universo”, insomma, poté l’algoritmo.
Perfino il settore “fusioni e acquisizioni”, che lo scorso anno s’era rivelato assai redditizio, nel 2016 è crollato. Il 2015 aveva visto questo settore toccare la cifra record di 4700 miliardi di dollari, quest’anno (New York Times dell’11 maggio) ha invece battuto un record in negativo: fusioni e acquisizioni per un valore di 400 miliardi di dollari sono state annullate all’ultimo istante, lasciando col cerino in mano e un gran bel buco nel portafogli chi aveva scommesso sul loro successo.
E’ bastato che l’amministrazione Obama, nel suo ultimo anno di vita, decidesse di prestare un po’ più di attenzione ai rischi crescenti di un’eccessiva concentrazione monopolistica, ed ecco che il Dipartimento della Giustizia s’è visto costretto a bloccare diversi progetti che sembravano ormai in dirittura d’arrivo.
La Halliburton era pronta ad acquisire la Baker Hughes (35 miliardi di dollari era il prezzo dell’accordo), poi il Dipartimento della Giustizia s’è opposto e puff, tutto saltato. Ancora peggio è andata alla fusione in itinere tra i due giganti dell’industria farmaceutica Pfizer e Allergan: un giochino da 152 miliardi di dollari che s’è risolto in un nulla di fatto.
Il forte vento di rivolta che sta ultimamente agitando le grisaglie degli azionisti non può certo destare stupore. Più vedono calare i propri dividenti, più monta la loro rabbia nei confronti dei lauti stipendi che gli amministratori delegati delle società quotate in borsa si auto-elargiscono. Vere e proprie ribellioni hanno di recente colpito i vertici della BP, del gigante minerario Anglo-American, della Renault e, giusto pochi giorni fa, della Deutsche Bank (solo per citare alcuni tra gli esempi più eclatanti).
Un altro celebre obiettivo delle ire funeste degli azionisti è la Goldman Sachs: un terzo tra loro ha votato contro i nuovi emolumenti dei dirigenti. Non stupisce che proprio la Goldman Sachs sia finita nel mirino dell’High Pay Centre, un think-tank americano che si batte contro gli eccessivi emolumenti dei big della finanza e dell’industria (Financial Time dell’8 maggio): nel 98 per cento delle società di cui è azionista negli Stati Uniti, le paghe e i bonus dei vertici hanno ottenuto il suo voto favorevole. Anche nell’empireo dei padroni dell’universo, insomma, vale il detto “una mano lava l’altra”.
La rivolta degli azionista, tuttavia, non sembra avere intenzione di fermarsi. Sarà populismo pure questo?
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I “geni” della finanza, del resto, avevano campato di rendita. Hanno lucrato per anni sulle spalle delle classi lavoratrici, utilizzando il paradigma ideologico “del meno stato più mercato” nato negli anni Ottanta del secolo scorso.
La loro ricchezza aveva poco a che vedere con le capacità imprenditoriali, e molto invece con la quantità di denaro che facevano scivolare nelle tasche dei legislatori di mezzo mondo.
Strizza strizza i redditi dei consumatori, taglia di qui e taglia di là, era solo una questione di tempo prima che l’economia grippasse.
Chi può s’arrangia. In Cina, per esempio, dove il governo ha costretto le banche a prestare soldi a cani e porci pur di risollevare il tasso di crescita, gli investitori fai da te, quelli che investono on-line, non si sa bene perché si sono messi a comprare futures sulle commodity, le merci per così dire grezze (minerali, beni alimentari non lavorati ecc.).
I futures sono contratti a termine: compro oggi e rivendo domani al prezzo che è stato predeterminato al momento dell’acquisto. Se io penso che i prezzi delle arance (per esempio) in futuro cresceranno, compro a un prezzo più basso oggi e rivenderò a uno maggiore l’anno prossimo. E viceversa.
Tra i futures più gettonati, in Cina (New York Times del 1 maggio), ci sono quelli sulle uova, cresciuti di un terzo nello scorso mese di marzo. Gli investitori puntano su un aumento del prezzo delle uova, mentre gli analisti finanziari più avveduti stanno cercando di avvertire gli acquirenti che solo un’epidemia di galline potrà forse consentire loro di vincere la scommessa.
Chiamatela, se volete, economia di “melcato”.
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Se invece preferite investimenti più esotici e bizzarri, il Guardian del 14 maggio suggerisce l’acquisto delle banconote dello Zimbabwe.
Vi ricordate? Era il 2009 e l’inflazione aveva raggiunto cifre astronomiche, tanto che il governo di Harare mise in circolazione banconote del valore di 100 trilioni di dollari dello Zimbabwe (un trilione è un milione di milioni).
Per andare a fare la spesa servivano due borse: una per le merci acquistate, l’altra per trasportare le banconote. Durò poco. Il governo cedette al senso del ridicolo: la moneta ufficiale dello Zimbabwe è stata dichiarata ufficialmente estinta, sostituita dal dollaro americano, dal rand sudafricano e perfino dalla rupia indiana (come si legge su Wikipedia).
John Wolstencroft, un imprenditore neozelandese, per divertimento comprò una gran quantità di quelle bizzarre banconote. Le regalava agli amici o alle persone che incontrava per affari. Gli sembrava, racconta, “un ottimo sistema per rompere il ghiaccio”.
Pagò all’epoca (era il 2010) un dollaro e mezzo per ogni banconota. Se oggi ne volete comprare una, il prezzo su eBay è di 20-25 dollari, con picchi di 40.
Un incremento del 1500 per cento dal 2011 a oggi, al cui confronto il più 5 per cento dell’indice azionario della City di Londra fa una figura decisamente barbina.

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