Per vedere il Salvator Mundi di Leonardo Da Vinci feci una fila di sei ore. Presi la prima metro da Brixton alle 5 e 26 del mattino per essere alla National Gallery alle sei. Era inverno e faceva un freddo boia.
Il tedesco di fianco mi spiegò che tutto dipende dai piedi. Bisogna mettere dei fogli di giornale sotto le scarpe, disse, per isolarsi dall’umidità del pavimento. Credo utilizzai l’inserto Moda del Guardian, ma forse mi sbaglio. Di sicuro non ne trassi chissà quale beneficio.
Entrai a mezzogiorno, senza riuscire a capire se fossi più felice per avere finalmente in mano il biglietto della mostra oppure perché al tepore della sala d’ingresso stavo cominciando a scongelarmi.
Era una delle prime occasioni, se non la prima, in cui il Salvator Mundi veniva esposto al pubblico. Opera di straordinaria raffinatezza tecnica e di assoluta corrispondenza tra ciò che Leonardo voleva rappresentare e ciò che effettivamente aveva realizzato, il Cristo nel dipinto vi osserva dal suo iperuranio catto-platonico, più etereo dell’etere medesimo.
Se io fossi Dmitry Rybololvev, l’oligarca russo proprietario del Salvator Mundi, un quadro del genere vorrei sempre averlo in bella vista. Lui invece sapete che ha fatto? Lo ha tenuto per anni in un centro di stoccaggio di Ginevra, un cosiddetto free port, col resto della sua collezione d’opere d’arte dal valore di 2 miliardi di dollari, accanto ai Picasso, Klimt, El Greco, Renoir, Van Gogh, per poi spostarlo, in seguito ad una causa legale, in un altro centro del genere in quel di Cipro.
Pare che questi centri di stoccaggio siano ormai uno dei più grandi musei del mondo. Ce ne sono quattro nella sola Ginevra, più altri variamente sparsi tra i paradisi fiscali del mondo: Singapore, Monaco, Lussemburgo, il Delaware.
Nei magazzini di Ginevra si stima siano ospitati qualcosa come 1 milione e duecentomila opere d’arte, al riparo da occhi indiscreti, dal fisco e, talvolta, dalle forze dell’ordine. Fu proprio in uno di questi centri di Ginevra, due anni fa, che la nostra Polizia di Stato scoprì due rari sarcofagi etruschi e altre 45 casse di beni archeologici rubati, “ancora avvolti – scrive il New York Times – in quotidiani italiani degli anni Settanta”.
Ci sono due ragioni per questo occultamento contro natura di opere fatte per essere guardate: da una parte c’è il disinteresse per l’arte in sé di molti acquirenti, che comprano quadri come fossero lingotti d’oro, ossia per un mero interesse speculativo; dall’altra il desiderio dei grossi mercanti d’arte di controllare l’offerta di opere in vendita per tenere alti i prezzi.
Il Cristo come Salvator Mundi, intanto, benedice il container che lo ospita. Forse appena un po’ stupito che siano passati più di tre giorni da quando vi fu rinchiuso.
*****
Milioni di disperati transumano da una parte all’altra del globo. Fuggono da guerre, povertà, persecuzioni. E’ sulle prime pagine di tutti i giornali e nei titoli di testa di qualunque notiziario (per tacere dei social media).
Meno nota, ma non meno perniciosa, è la migrazione dei miliardari. Loro, ovviamente, non hanno bisogno di trafficanti di uomini per attraversare mari e frontiere. A volte emigrano solo in spirito e portafoglio, lasciando le proprie spoglie mortali nei paesi natii.
C’è gente miliardaria, al mondo, che pur di risparmiare sulle tasse si sottopone a vere e proprie ordalie. Lessi anni fa sul New Yorker di super-magnate che, per non pagare l’imposta sul reddito a New York, fingeva di essere residente in un altro stato americano, dove le aliquote sono più basse. Per riuscirci, doveva dimostrare di non vivere a New York per più di 180 giorni l’anno. Aveva una segretaria che si occupava solo di questo: tenere il conto dei giorni trascorsi sulle rive dell’Hudson e quelli passati altrove, conservando ogni singola ricevuta dei viaggi aerei, dei taxi, dei biglietti del cinema e delle ricevute dei ristoranti per dimostrare che il tal giorno o il tal altro il suo datore di lavoro non poteva trovarsi a New York.
A volte, se c’era il rischio di sforare, il povero miliardario era costretto a salire di corsa sul suo jet privato per varcare la frontiera prima dello scoccare della mezzanotte. Una sorta di Cenerentola all’incontrario.
La competizione per accaparrarsi i migliori contribuenti s’è fatta ferocissima. Ad accoglierli alle frontiere non trovano né polizia né filo spinato, bensì tappeti rossi tra file plaudenti di consulenti fiscali.
Non si tratta solamente di concorrenza tra nazioni. Perfino i diversi stati degli USA utilizzano gli sconti erariali come esca per attrarre i ricchi.
Oppure sono costretti a pagare il pizzo per non farli scappare. In Connecticut, per esempio, stanno approvando un contributo di 22 milioni di dollari da elargire sotto forma di finto prestito alla Bridgewater Associates, per evitare che emigri altrove.
La Bridgewater non è un nome qualunque: è uno dei più grossi hedge funds del mondo, con un patrimonio gestito di 150 miliardi di dollari. La proposta del governo locale sta sollevando qualche piccola perplessità, com’era inevitabile.
Ma d’altra parte nessuno vuole fare la fine del New Jersey. Di recente, uno dei maggiori contribuenti del piccolo stato americano ha deciso, dopo vent’anni di onorata residenza, di trasferirsi in Florida. Si chiama David Tepper, ed è a sua volta un gestore di hedge fund.
Per avere un’idea del buco lasciato nel bilancio dello Stato bisogna calcolare che Tepper ha guadagnato, tra il 2012 e il 2015, qualcosina come 6 miliardi di dollari. Con un’aliquota fiscale dell’8,97 per cento, è facile capire quanto ciò costerà alle finanze locali.
A forza di concentrare la ricchezza in poche mani, è successo che in alcuni stati americani (California, Maryland, Connecticut, New York e appunto New Jersey), l’uno per cento dei contribuenti paga un terzo delle tasse (parliamo delle imposte personali sul reddito), per quanto le aliquote siano, come abbiamo visto, bassissime. Basta che uno di questi contribuenti se ne vada e sono cavoli amari.
Tutti gli emigranti, poveri o ricchi che siano, si lasciano dietro miserie e rovine. La differenza è che i poveri ne fuggono; i ricchi, fuggendo, le creano.
*****
Qualcuno aiuti Ramzan Kadyrov. Il leader fantoccio della Cecenia, responsabile di omicidi, torture e sparizioni a migliaia in combutta col suo gran burattinaio Vladimir Putin e ovviamente in nome della guerra santa al terrorismo islamico, ha recentemente pubblicato un disperato appello sulla sua pagina Instagram da un milione e ottocentomila followers.
Il suo gatto del Bengala, una rara e costosissima razza, è sparito da giorni.
“Stiamo cominciando a preoccuparci seriamente” ha scritto Kadyrov sul suo profilo.
Se qualcuno dovesse ritrovare il gatto, per favore, lo contatti. Sperando, sono tempi terribili, che non siano stati quelli dell’Isis a rapirglielo!
Nessun commento:
Posta un commento