Mark Zuckerberg pensava che gli indiani avessero davvero l’anello al naso. Si sbagliava.
Il Guardian ha recentemente raccontato di come gli indiani abbiano detto di no al patron di Facebook, che voleva regalare loro niente meno che Internet.
Da anni, Zuckerberg cerca di espandere il suo social media nei due più grandi mercati del mondo: la Cina e, appunto, l’India. Con scarsissimo successo, fino a ora.
Per Facebook è un problema. Nei paesi occidentali ha ormai pressoché raggiunto una sorta di limite fisiologico: se tutti gli utenti potenziali già usano Facebook, come fare a trovarne di nuovi?
La Cina ha da tempo eretto una sorta di social-muraglia. Facebook è inaccessibile dal 2009, e lo stesso vale per Twitter. I cinesi (che sono capaci di imitare qualunque cosa) usano soprattutto un loro personale ibrido tra i due, Weibo, che pur essendo formalmente una compagnia privata, addirittura quotata al NASDAQ, deve sottostare ai rigidi controlli degli occhiuti censori di Pechino.
In India, al contrario, chiunque può liberamente accedere ai social media, tanto che gli utenti sono già oltre cento milioni. Il problema, da quelle parti, non è politico ma tecnologico ed economico: centinaia di milioni di potenziali clienti non possono accedere a Facebook semplicemente perché non hanno Internet.
Ecco perché Zuckerberg voleva “regalare” la Rete agli indiani. Il neopresidente Modi era tra i suoi sostenitori, e ne aveva ottenuto in cambio un sostanziale aiuto (in termini di presenza online) nel corso della campagna elettorale di due anni fa. Durante la sua prima visita di stato in America, lo scorso anno, uno dei luoghi in cui Modi andò fu, non a caso, il quartier generale di Facebook a Menlo Park (California).
I problemi tra Facebook e l’opinione pubblica indiana non hanno nulla a che vedere con la politica. L’Internet per tutti di cui Mark Zuckerberg parlava, certamente convinto che un paese povero come l’India non avrebbe mai potuto rifiutare una simile offerta, era in realtà “Facebook-e-solo-Facebook” per tutti. La sua società avrebbe di fatto controllato quali siti sarebbero stato accessibili e quali no.
Facebook sosteneva di farlo per aiutare gli indiani: io vi do la connessione gratis poi, chi vuole accedere alla “vera” Rete non deve fare altro che pagare, come in quasi tutti i paesi del mondo, e sarà libero di navigare come vuole.
Non l’avesse mai detto. L’approccio paternalistico di Facebook ha sollevato un autentico vespaio. Una compagnia straniera che dichiara di volere “donare” qualcosa agli indiani, di fare qualcosa per il loro bene tacendo il proprio personale interesse, scatena nelle loro teste il riflesso condizionato di chi ancora si ricorda di quando gli inglesi “regalarono” loro le ferrovie, la raccolta delle tasse e la “civiltà”.
E dire che Facebook voleva fare le cose in grande. Come scrisse mesi fa il Financial Times, la sua idea era raggiungere gli stati e le zone più isolate dell’India utilizzando dei droni alimentati da batterie solari. Anche Google, che ha progetti non dissimili, voleva donare Internet ai selvaggi. Nel suo caso, però, l’idea era di ricorrere a più tradizionali palloni meteorologici.
Un referendum consultivo online, voluto dall’authority indiana sulle telecomunicazioni, ha visto trionfare gli oppositori al progetto di Facebook, malgrado il consistente investimento pubblicitario della società americana.
Pochi mesi dopo, Zuckerberg si fece fotografare, scrive il Guardian, mentre faceva jogging a Pechino. Adesso vuole provare a collaborare coi cinesi. Non per guadagnarci, è ovvio, ma per “rendere migliore il mondo del ciberspazio”.
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Perché in Germania ce l’hanno così tanto con Mario Draghi? Non passa giorno senza che un politico di quel paese o un rappresentante della banca centrale tedesca non se ne esca con una polemica nei confronti del governatore della BCE.
Una spiegazione prova a darla il Financial Times. Sembra che la politica dei tassi d’interesse negativi che Mario Draghi sta portando avanti stia creando non pochi problemi al sistema bancario e ai risparmiatori tedeschi.
I media di Berlino, affrontando la questione, parlano di un vero e proprio “disastro sociale”. Il fatto è che i tedeschi sono tradizionalmente dei gran risparmiatori. Nel 2015, hanno messo da parte qualcosa come 17 miliardi di euro, depositandoli per lo più in banca o acquistando titoli di stato (i tedeschi sono altrettanto tradizionalmente refrattari alle alchimie della finanza e investono pochissimo in borsa).
Erano abituati a trarne una sorta di reddito supplementare, che in presenza di tassi d’interesse addirittura negativi si è ridotto e non di poco. Oltretutto, il sistema bancario è estremamente parcellizzato. Le cinque maggiori banche tedesche controllano appena il 32 per cento del mercato (in Francia, Svizzera e Olanda, ad esempio, la cifra sale al 70-80%), il che significa che per tenersi stretti i clienti e mantenere le quote di mercato sono costretti a ridurre il personale e a chiudere filiali.
Fin qui il Financial Times. I tassi d’interesse negativi potrebbero anche avere, in teoria, un effetto positivo. Potendosi indebitare a poco, i governi potrebbero investire in opere pubbliche e rilanciare l’occupazione, visto che i privati proprio non ne vogliono sapere, ma la “austera” Merkel da questo orecchio non ci sente (sono anni che Paul Krugman implora i leader europei, e soprattutto la cancelliera tedesca, perché lo facciano).
“Prima pagate i vecchi debiti – insiste la Merkel, per far contento il proprio elettorato – poi potrete farne di nuovi”. Campa cavallo: il risultato è che i paesi indebitati non sono ovviamente in grado né di pagare i vecchi debiti né di rilanciare le proprie economie. Quel che è peggio, non investe neppure la Germania, che pure di debiti non ne ha.
Così, in attesa che politiche sbagliate producano, per chissà quale misteriosa congiunzione astrale, risultati che non stanno nelle loro premesse, l’assenza di una lungimirante leadership europea sta solo facendo aumentare il consenso dei partiti populisti e le spinte centrifugo-isolazioniste.
L’umore generale degli europei non può certo sorprendere. Per gli inglesi la colpa della crisi economica è dell’Europa, per i tedeschi di Mario Draghi, per i greci (e non solo) di Angela Merkel e così via. L’unica politica guida dell’Unione Europea, insomma, sembra quella dello scaricabarile.
Se perfino i leader cosiddetti europeisti, i sostenitori dell’Unione, le si scagliano contro ogni volta che hanno bisogno di un capro espiatorio, come stupirsi della generale, esponenziale crescita dell’antieuropeismo?
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Il presidente di una nota organizzazione sportiva internazionale è finito nel mirino dei media. Si tratta di un’organizzazione con base a Ginevra, e il presidente in questione è stato accusato di avere truccato i risultati della sua elezione, nonché di essere il proprietario segreto di una società, con sede nel paradiso fiscale delle Isole Vergini Britanniche, che incassa i diritti commerciali delle competizioni internazionali. La FIFA? Joseph Blatter? Niente di tutto questo.
Si tratta di Kirsan Ilyumzhinov, che nel 2014 sconfisse l’ex campione del mondo Garry Gasparov nella corsa per la presidenza. La federazione è la FIDA, Fédération Internationale des Échecs (Federazione Internazionale degli Scacchi).
Un bel tipo, questo, Ilyumzhinov. Amico di Vladimir Putin, è uno degli oligarchi russi finiti nella lista nera degli Stati uniti dopo l’annessione della Crimea alla Russia.
Se pensavate che gli scacchi, rispetto al calcio, fossero un’isola felice, beh, è tempo di cominciare a ricredervi.
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