martedì 28 giugno 2016

Giugno 2016. Terza settimana

Brexit è quello che ti meriti, quando dimentichi il tuo ruolo nello schema generale dell’universo.
La classe dirigente inglese s’è tradizionalmente fatta forte di un sistema elettorale costruito a propria immagine e somiglianza: l’uninominale secco, che premia i vincitori nei singoli collegi senza tenere in alcun conto le percentuali nazionali.
Per decenni, conservatori e laburisti si sono alternati al governo, mentre i liberali, pur prendendo percentuali non molto inferiori, riuscivano a fare entrare a Westminster una manciata appena di propri rappresentanti.
Oggi tocca all’UKIP: Nigel Farage, tanto per dire, non è mai stato capace di farsi eleggere, neanche quando il suo partito, come alle ultime elezioni, ha preso quasi il 13 per cento (mentre i liberali, con meno dell’otto per cento, hanno otto rappresentanti. Per tacere dello Scottish National Party che ha 56 seggi col 4,7 per cento dei voti).
David Cameron ha (anzi aveva) la maggioranza assoluta in parlamento con appena il 36 per cento dei suffragi, senza che ciò abbia sollevato perplessità alcuna. Il sistema elettorale britannico non ha come scopo primario quello di rappresentare fedelmente la volontà della maggioranza dei cittadini: è solo uno strumento per garantire la governabilità del paese.
Ciò ha reso di straordinaria importanza la capacità dei leader politici di vincere nei collegi in cui non esiste già in partenza una maggioranza chiara. E’ quello che fece David Cameron lo scorso anno: concentrò le sue risorse sui collegi incerti, abbandonando a loro destino le sicure roccaforti laburiste e la Scozia.
Si tratta dello stesso Cameron che invece, di fronte a un voto, quello referendario, in cui la percentuale dei suffragi conta eccome, improvvisamente s’è ritrovato disarmato. Incapace perfino di comprendere una votazione in cui le scelte degli elettori attraversano trasversalmente gli schieramenti politici tradizionali, rendendo di fatto inutile tutta la scienza tecnico-elettorale che è il pane quotidiano dei politici britannici.
Da una parte s’è trattato di un caso palese di cecità dell’élite, incapace di vedere il malcontento popolare dall’alto della propria torre d’avorio londinese; dall’altra, tuttavia, io metterei in conto la disabitudine della classe politica d’oltremanica alle competizioni elettorali in cui vige il sistema proporzionale, la sua fondamentale desuetudine con la democrazia, intesa qui nella sua accezione maggioritaria.
Esperti come sono nelle tecnicalità di collegio, abituati a essere maggioranza in parlamento e minoranza nel paese, i politici britannici si perdono nelle terre sconosciute dell’autentica volontà popolare.
Da qui deriva la loro tradizionale avversione nei confronti del referendum. Nel 1945, alla fine della guerra, si dovette decidere se tornare o meno alla normalità politica. Il governo britannico era oramai in carica da dieci anni e il primo ministro Winston Churchill voleva prolungarne ancora l’artificiale esistenza.
Propose per questo un referendum, ma il leader laburista Clement Attlee gli rispose: “Non posso consentire l’introduzione nel nostro paese di uno strumento così estraneo alle nostre tradizioni come il referendum, che è stato troppo spesso utilizzato dal nazismo e dal fascismo”.
Si riferiva ai quattro referendum con cui Hitler aveva consolidato il proprio potere in Germania, ma più in generale a quella che si usa definire la dittatura della maggioranza.
Una frase che andrebbe incisa sulla tomba dove riposa la carriera politica di David Cameron.

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