martedì 21 giugno 2016

Giugno 2016. Seconda settimana

I quattro inni per l’incoronazione dei re e delle regine di Gran Bretagna furono composti nel 1727, in occasione dell’ascesa al trono di Giorgio II, e sono tuttora in uso.
M’è tornato in mente l’altro giorno, dal barbiere, mentre aspettavo il mio turno leggendo l’editoriale con cui il Sun si dichiarava ufficialmente favorevole all’uscita del Paese dall’Unione Europea. Il Sun, ma certamente già lo sapete, è uno dei più antichi quotidiani popolari d’Europa. Popolare in ogni senso: appena dietro l’editoriale in questione, voltata la pagina, una formosa ragazza in bikini posava come prova provata degli effetti benefici del bacon e delle uova fritte, britannicamente ingurgitati a colazione.
Uno degli argomenti centrali della filippica pro-Brexit del Sun, oltre ovviamente all’immigrazione, è la necessità di sottrarre la Gran Bretagna alle mire colonial-espansionistiche della Germania.
Qualcuno lo spieghi a Giorgio II. Nato e cresciuto in Germania, prima di salire al trono era stato duca di Hannover. A comporre l’inno fu il tedesco George Frideric Handel, che Giorgio II convinse a lasciare l’Italia, dove aveva acquistato fama e onori, per diventare il maestro di camera della corte britannica. E’ sepolto nell’Abbazia di Westminster.
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Da allora, è ovvio, sono trascorsi secoli. Gli inglesi hanno combattuto ben due guerre mondiali contro la Germania, una circostanza che politici ed editorialisti avveduti farebbero bene a tenere a mente.
La prima guerra mondiale (e la seconda, che ne fu un effetto collaterale) fu il frutto avvelenato della competizione imperialista tra potenze europee che avevano raggiunto la loro massima possibile espansione e finirono con lo sbranarsi a vicenda.
I nazionalisti di ieri combattevano per l’egemonia mondiale, sognando di allargare le frontiere dei propri rispettivi paesi; quelli di oggi, come a dare ragione a Marx e alla sua boutade che la storia si ripete come farsa, si battono per rinchiudersi all’interno dei vecchi confini.
Già questo dovrebbe far capire la crisi profonda dei vecchi stati nazionali e quanto sia reazionaria, provinciale e autolesionista la fuga nel passato del sanfedismo antieuropeista.
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La Gran Bretagna, intanto, rischia di finire fuori dall’Unione Europea quasi senza volerlo. David Cameron, l’attuale primo ministro, decise di concedere ai suoi alleati euroscettici il contentino del referendum sull’Europa per evitare d’essere fatto fuori. Era la scorsa legislatura e i sondaggi lo davano in difficoltà, mentre l’UKIP di Nigel Farage falcidiava il tradizionale elettorato conservatore.
La scommessa di Cameron era quella di zittire definitivamente gli euroscettici dando la parola agli elettori, sicuro com’era di vincere a man bassa. Ciò che ha fatto, in realtà, è stato di scoperchiare il vaso di Pandora: dei risentimenti sopiti, delle frustrazioni accumulate in decenni di disprezzo per la classe lavoratrice inglese, della paura per gli stranieri che “rubano” il lavoro.
Così ha finito per trovarsi in una situazione imbarazzante: fare campagna elettorale per la permanenza nell’Unione senza avere né credibilità né argomenti, se non la paura del salto nel buio.
S’è trovato, nei mesi scorsi, a dovere implorare gli altri leader europei perché gli concedessero qualcosa, una riformetta qualsiasi, un riconoscimento qualsivoglia di una sorta di diversità britannica, uno specchietto per le allodole da poter mostrare agli elettori britannici e dire loro: “Visto, adesso che siamo meno europei possiamo restare in Europa”.
Che altro avrebbe potuto fare, poveretto?
Non poteva certo dire che la distruzione del sistema industriale britannico non è stata colpa dell’Europa. Che se la classe operaia inglese ha perso lavoro e identità e se oggi i suoi figli trovano solamente posti da commessi nei supermercati o da autisti di Uber non è certo per via dell’immigrazione.
La trasformazione della patria della rivoluzione industriale da centro manifatturiero in paese che vive di servizi e terziario, non è stata una scelta presa a Bruxelles. Cameron, successore di Margaret Thatcher, dovrebbe saperlo meglio di altri.
La colpevolizzazione dei poveri e dei disoccupati è stata, negli ultimi anni, il mantra propagandistico del partito conservatore. “Chi vuole, lavora. Se non trovate un lavoro è colpa vostra. Chi vive alle spalle dello stato sociale è un parassita”: queste sono state le parole d’ordine di David Cameron.
La competizione tra i poveri è la quintessenza del capitalismo di rapina, di cui il partito conservatore inglese è una delle massime espressioni mondiali. Divide et impera.
A forza di dividerli, di mettere i poveri in competizione, di spingerli a guardarsi in cagnesco l’un l’altro, non poteva che prodursi un clima generale di risentimento e malcelato odio.
Il problema è che un consenso elettorale che si basa sui capri espiatori è il terreno di coltura ideale dei populismi d’ogni tipo, tanto che il referendum sull’Unione Europea si è di fatto trasformato in un referendum sull’immigrazione. Lo straniero: quale migliore capro espiatorio?
Il problema è che proprio David Cameron salì al potere con la promessa (non mantenuta) di ridurre il numero degli immigrati in Gran Bretagna.
Il problema è che per anni il primo ministro britannico ha battuto il tasto della divisione e della guerra tra poveri pur di garantirsi un miserabile consenso.
Il problema è che oggi che dovrebbe perorare la causa europeista non ha alcuna credibilità come difensore dei valori dell’unità e della solidarietà tra i popoli.
Se la Gran Bretagna rimarrà in Europa non lo dovrà certo ai suoi leader. Lo dovrà semmai alla povera Jo Cox, la parlamentare laburista di seconda fila massacrata da un matto neonazista in un paese dello Yorkshire.
Chi semina odio e divisione, raccoglie odio e divisione. Jo Cox si batteva per l’accoglienza ai rifugiati, e pensando di vivere in un paese civile non avrebbe mai creduto che per questo motivo sarebbe stata assassinata all’uscita da una scuola. Dubito sarebbe felice di sapere che la sua morte ha avuto, nei sondaggi, un effetto favorevole alle sue idee. Io non lo sono.
I toni della campagna elettorale sono stati così violenti, così sopra le righe, così poco britannici che, indipendentemente dal risultato, si lasceranno dietro una scia di risentimento e di rancore. Difficile dire se sarà possibile rimettere insieme i cocci.

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